E si ferma all’ultimo miglio.
Guerra: “La proposta sul salario minimo presentata tre anni fa dalle opposizioni dice che il salario coerente con l’articolo 36 della Costituzione, quello che Meloni ora chiama giusto salario, non puo essere inferiore al trattamento economico complessivo riconosciuto dai contratti siglati dalle associano datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale. La Meloni arriva a questa definizione dopo 3 anni di difesa della contrattazione pirata. È una importante inversione di rotta. Peccato che Meloni si fermi all”ultimo miglio.
Diversamente dalla proposta delle opposizioni, il suo decreto "1° maggio" non obbliga affatto le imprese che firmano contratti pirata a riconoscere ai propri lavoratori quella retribuzione che chiama giusta e che dovrebbe dare realizzazione all’articolo 36 della Costituzione. Si limita a negare loro qualche incentivo temporaneo, assolutamente insufficiente a compensare il vantaggio economico che ottengono, applicando salari da fame.
La proposta delle opposizioni aggiunge poi un vincolo imprescindibile: anche i contratti più rappresentativi non possono prevedere minimi tabellari sotto una soglia di dignità decisa per legge.
Sotto i 9 euro non è lavoro, ma è sfruttamento.
Perché la tutela costituzionale dei lavoratori va anche oltre l’esito dei rapporti di forza fra le parti sociali. Senza un minimo legale e senza alcun obbligo di applicazione dei contratti più rappresentativi, la proposta della Meloni resta monca e insufficiente. Ci batteremo per cambiarla in Parlamento”.
Lo scrive in una nota Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro nella segreteria nazionale.